In un panorama politico che non sembra abitato da soggetti capaci di cambiamento, chi perchè troppo identificato con le proprie radici culturali o religiose, chi con i propri interessi, sempre limitati e di parte, mi piace immaginare un'idea di universalità umana che non si incarna in una soggettività parziale perchè troppo identificata, ma che al contrario proprio perchè mai realmente identificata con il collettivo è veramente capace di cambiamento; una soggettività che si potrebbe dire trascendente proprio perchè mai definibile secondo un collettivo parziale.
E chi non si identifica non è forse più solidale, chi non fa del collettivo il metro del suo personale comportamento e del suo giudizio, non è forse più capace di essere trasversalmente più vicino agli altri uomini? Direi - volendo esagerare - che può trattarsi, per quanto dolorosa, di una condizione di grazia.
Se questi concetti sono già presenti nell'idea marxiana del proletariato quale "classe totale", la figura dell'esule, dell'emarginato, di colui la cui patria non è in alcun luogo, dell'ebreo errante, di chi non ha comunità in cui identificarsi, di chi si sente reietto o incompreso, il personaggio di Peter Schlemihl, che adombra e insieme svela il destino da outsider del suo inventore, è un'ulteriore figura di questo non-luogo da cui tutto è possibile. In Ebraismo e modernità (http://www.hannaharendtcenter.org) Anna Harendt fa di Schlemihl il simbolo dell'ebreo che cedendo la sua identità/ombra ad uno sconosciuto, cioè ad uno che non ha nulla a che fare con lui, e quindi nell'avere difatto rinnegato le sue radici, cerca un riconoscimento mai del tutto definitivo nel collettivo parziale della cultura illuminista; per questo suo essere ibrido, nè da una parte nè dall'altra, Schlemihl, o l'ebreo, non è ammesso al cospetto degli altri uomini. D'altro canto c'è un potenziale sovversivo ed emancipatorio in chi abita questa condizione e che risiede nell'universalità umana stessa che si rivela per contrasto in queste soggettività interstiziali. L'umanità comune pare rivelarsi solo sul confine come trascendenza che si ancora però nel reale, nelle sue pieghe nascoste. La trascendenza allora ci riguarda?
E chi non si identifica non è forse più solidale, chi non fa del collettivo il metro del suo personale comportamento e del suo giudizio, non è forse più capace di essere trasversalmente più vicino agli altri uomini? Direi - volendo esagerare - che può trattarsi, per quanto dolorosa, di una condizione di grazia.
Se questi concetti sono già presenti nell'idea marxiana del proletariato quale "classe totale", la figura dell'esule, dell'emarginato, di colui la cui patria non è in alcun luogo, dell'ebreo errante, di chi non ha comunità in cui identificarsi, di chi si sente reietto o incompreso, il personaggio di Peter Schlemihl, che adombra e insieme svela il destino da outsider del suo inventore, è un'ulteriore figura di questo non-luogo da cui tutto è possibile. In Ebraismo e modernità (http://www.hannaharendtcenter.org) Anna Harendt fa di Schlemihl il simbolo dell'ebreo che cedendo la sua identità/ombra ad uno sconosciuto, cioè ad uno che non ha nulla a che fare con lui, e quindi nell'avere difatto rinnegato le sue radici, cerca un riconoscimento mai del tutto definitivo nel collettivo parziale della cultura illuminista; per questo suo essere ibrido, nè da una parte nè dall'altra, Schlemihl, o l'ebreo, non è ammesso al cospetto degli altri uomini. D'altro canto c'è un potenziale sovversivo ed emancipatorio in chi abita questa condizione e che risiede nell'universalità umana stessa che si rivela per contrasto in queste soggettività interstiziali. L'umanità comune pare rivelarsi solo sul confine come trascendenza che si ancora però nel reale, nelle sue pieghe nascoste. La trascendenza allora ci riguarda?
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