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L'uomo è un animale politico o sociale? Considerazioni su una società crescentemente psicotica


                                                                                   Grafica di Leo Genovese


Marx e Aristotele, pur a distanza di numerosi secoli l'uno dall'altro, si sono più volte scontrati sulla convinzione che l'uomo, originariamente, sia un essere sociale oppure politico; per Marx, come scrive nei sui Quaderni antropologici, quello zoon politikòn, di cui Aristotele scrive nella Costituzione degli Ateniesi, è da intendere e tradurre come "uomo sociale", un individuo caratterizzato dal bisogno primario di vivere in società, ma che SOLO secondariamente PUO' diventare anche "uomo politico". La dimensione politica è da sviluppare, da immaginare, da conquistare a partire dall'essere sociale, la relazione non basta. Quindi mentre il sociale è un bisogno primario, il politico ne è un possibile e non scontato sviluppo successivo.

Oggi con l'enorme produzione di possibilità di comunicazione virtuale e con la perdita di identità dell'uomo che si identifica nella macchina computer perdendosi in un Altro con cui ha poche vere occasioni di relazionarsi l'uomo sociale arretra e di conseguenza non può che arretrare pure la successiva possibilità di un politico. O meglio l'uomo sociale si enfatizzata, ma insieme anche si smembra, perchè si moltiplica a dismisura la produzione di oggetti illusori, di convinzioni illusorie, di idee illusorie prodotte anche da singoli che nella realtà virtuale della rete magari hanno creato il loro piccolo feudo regno di seguaci altrettantemente psicotici, ben poco interessati ad una verifica sul dato di realtà. L'oggetto illusorio, l'idea illusoria sostituisce la relazione, sebbene la rete sia l'illusione stessa della socialità, rappresentandone però, diciamolo, anche il moltiplicarsi delle possibilità, spesso ben poco sfruttate. E' quindi molto più spesso la moltiplicazione di realtà psicotiche senza riscontro reale, in cui il singolo, antropologicamente e frequentemente dibattuto tra realtà ed illusione si è perso.

La dimensione sociale/comunicativa, spesso però autoreferenziale o autocelebrativa (vedi bene i vari blogger e vlogger che mai rispondono ai commenti e che neppure mai immaginano che al di là del tubo ci si possa anche confrontare nè tantomeno litigare) si sviluppa in maniera talmente abnorme giovandosi di tutte le nuove acquisizioni della tecnologia da lasciare scarso spazio a quella dimensione immaginativa, proiettiva, strategica e sopratutto conflittuale che è il politico che oltre che della relazione reale ha pure bisogno del confronto/scontro reale con l'Altro. L'Altro allora è colui da cui si dipende, colui che si venera, non più colui con cui si litiga, con cui ci si confronta (nota bene quando sotto le videoincursioni pure la possibilità di commentare è disabilitata).
Pur con le enormi possibilità che la comunicazione virtuale apre allo sviluppo di una più diffusa socialità, la macchina computer finisce per essere un'armatura dietro la quale il singolo si cela, timoroso dell'Altro, una corazza che può anche servirgli a costruirsi una nuova identità probabilmente ben diversa da quella che intenderà mostrare vis a vis. La possibilità di sedizione che pure la rete rappresenta è più spesso sostituita da un placebo per una psiche crescentemente psicotica e dipendente. 

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