Ho fatto una bella scoperta quest'anno: La società dello spettacolo di Guy Debord, libro utile e preziosissimo per farsi un'idea dei meccanismi di passivizzazione dilagante nella società attuale; passivizzazione più spesso sottolineata che studiata nella sua possibile origine. Ne ho utilizzato alcuni spunti per una lezione sul marketing in una scuola professionale. Il libro di testo assumeva il marketing come un elemento aprioristico e consustanziale al nostro mondo e come qualche cosa che è dotato di un'etica e di un valore indubitabili. Mi serviva qualche cosa per smontare questa assunzione e per fornire a gli studenti che probabilmente non continueranno a studiare uno spunto di metacognizione sul mondo e sui modi in cui siamo immersi. Il marketing, per quanto sdoganato, non è un elemento che nutre un rapporto sano con la realtà e neanche un rapporto sano tra esseri umani: portati ad agire e a comperare tutti nello stesso modo, seguendo immagini che stanno comunque fuori di noi, distruggiamo ogni possibilità di divenire quegli esseri unici che siamo dentro di noi. Il conformarsi della diversità produce ripetizione dell'identico e quindi distruttività, come è distruttiva una persona che consuma sostanze stupefacenti che sono comunque ripetizione dell'identico. E a questo in fondo punta il marketing con il suo bombardamento di immagini, con i suoi influencer e testimonial, con i suoi programmi radiotelevisivi, con la pubblicità ad alto tasso emozionale etc etc.
Pubblicato in Francia alla vigilia del '68, La società dello spettacolo ha forse ancora più da dire oggi che ieri. Partendo da Marx secondo cui il capitalismo porta la merce alla sua apoteosi, sostituendola di fatto al rapporto tra uomini, Debord fa un passo in là e dice che il capitalismo avanzato è l'apoteosi dell'immagine che viene anch'essa sostituita ai rapporti tra individui (niente di più vero oggi con l'autocelebrazione dei social). E l'immagine prodotta non fa che rimandare ad una certa visione del potere e dei rapporti di produzione.
Par. 24: "Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l'ordine presente tiene su sé stesso, il suo monologo elogiativo. E' l'autoritratto del potere all'epoca della sua gestione totalitaria delle condizioni di esistenza". Fin qui però non andiamo che un passo poco più in là di Marx.
Ma prima al par. 16 si legge: "Là dove il mondo reale si cambia in semplici immagini, le semplici immagini diventano degli esseri reali e le motivazioni efficienti di un comportamento ipnotico. Lo spettacolo, come tendenza a fare vedere attraverso differenti mediazioni specializzate il mondo che non è più direttamente percepibile, trova normalmente nella vista il senso umano privilegiato, che in altre epoche fu il tatto; il senso più astratto, più mistificabile, corrispondente all'astrazione generalizzata della società attuale. Ma lo spettacolo non è identificabile con il semplice sguardo, anche se combinato con l'ascolto. Esso è ciò che sfugge all'attività degli uomini, alla riconsiderazione e correzione della loro opera. E' il contrario del dialogo". Prevalenza quindi di tutto ciò che appare su ciò che è, rimanendo sul piano della visione qui si spiega il successo dei dispositivi Apple, con cui l'oggetto di consumo esce dalla sua semplice attribuzione di usabilità per diventare un oggetto graficamente quasi anche artisticamente bello, facendo volare il suo prezzo ben al di sopra del suo costo. E inoltre lo spettacolo è tutto ciò che sfugge all'attività degli uomini, è qualche cosa che si osserva, che si contempla, non qualche cosa che si fa e la contemplazione come ogni tipo di contemplazione agisce ipnoticamente sugli individui.
Ma la bella immagine dell'artefatto tecnologico (Apple) nasconde la realtà in cui nasce cioè le fabbriche senza sindacati della Thailandia. Un passo più in là e penso alla catena Tiger dove vengono venduti oggetti mediamente inutili e dove il personale è mediamente scortese, probabilmente perchè sottopagato, eppure sono negozi mediamente sovraffollati. Apoteosi del gadget anche in luoghi di cultura come i musei.
D'altrocanto quello che intende Debord non è solo e semplicemente il fatto che le immagini veicolano una certa idea di realtà, ma che il mondo delle immagini e per le immagini corrisponde ad una visione del mondo, in cui l'irreale si è sostituito al reale, in cui è più importante non tanto apparire quanto guardare e guardare è più importante che essere e fare. Il successo dei social e della finzione di cui sono portatori non può che corrispondere ad un vero e proprio mutamento antropologico, per cui l'uomo che guarda si è sostituito all'uomo che fa. L'uomo che guarda altre immagini però sfugge a sè stesso e sfugge al rapporto con gli altri. Si guardano poi più volentieri solo certe immagini, le immagini che corrispondono all'ideologia di chi detiene il potere, l'ideologia del successo, della produttività, della famiglia felice, numerosa, arrivata ed appagata (stato che in tedesco si rende molto appropriatamente con il termine "gehabt" "che ha avuto", quindi sempre predominio dell'avere sull'essere) in una tendenza all'omologazione che ha assunto oggi dimensioni planetarie. Ma è certo che così probabilmente escludiamo il 99% dell'umano, se non quella parte che preferisce essere schiava (ma gehabt).
| grafica di Leo Genovese |
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