E' da qualche tempo che me lo chiedo. Ma l'ambizione di costruire una società giusta che, secondo il filosofo John Rawls dovrebbe legittimare l'azione di un governo, può adattarsi a quel gruppo umano genericamente classificabile come homo italicus? Non penso tanto alla casalinga di Voghera e al pastore abruzzese di morettiana memoria, soggetti che di fatto non vengono riguardati dal discorso politico italiano attuale (cioè fino alla scorsa da poco conclusa legislatura), ma penso alle caste di ogni genere che questo nostro paese ancora non ha saputo superare, da quella dei giornalisti a quella dei farmacisti, dai taxisti ai notai, agli evasori fiscali di ogni tipo che sembrano essere al centro del discorso politico italiano ormai da un decennio e quindi anche delle politiche dei vari governi. E se il discorso politico in quanto relativo alla polis, alla comunità dei cittadini, dovrebbe riguardare l'interesse della comunità, perché invece si è svilito a tutela di interessi di categorie che non sanno guardare oltre il loro modesto orticello? In questo modo la politica, scienza della comunità/polis, nel nostro paese si è lentamente delegittimata da sola, diventando un'ombra di sé stessa.
Una società può dirsi giusta secondo Rawls quando i suoi cittadini, del tutto all'oscuro circa la loro posizione nella società (e quindi circa i loro privilegi), seduti ad un tavolo riescono a trovarsi d'accordo sui principi che la devono regolare, in quanto quei principi rispondono a universali criteri di giustizia in cui tutti - praticando un minimo di razionalità e uscendo dai limiti angusti del nostro minuscolo orticello - possiamo riconoscerci. Nei fatti se io pretendo ad esempio di potere praticare in libertà il mio credo religioso, non posso pretendere che altri non lo pratichi, se io pretendo di ricevere secondo i miei bisogni non posso pretendere che gli altri non ricevano secondo i loro bisogni, cosa invece assolutamente impensabile tra chi evade, teso per lo più a difendere il proprio benessere ai danni di chi non ha niente di difendere, perché se evado perché devo pagare le tasse su tre case è ovvio che non ci saranno i soldi per un reddito di cittadinanza per i meno fortunati. Per questo la politica non può essere la difesa di singoli interessi, pena la morte della politica stessa. Se facciamo prevalere gli animal spirits come pretendeva invece Adam Smith, sarà ben difficile che una società non firmi un assegno in bianco con la propria rovina.
Il discorso di Rawls in fin dei conti è un po' il ritorno in tempi moderni di Hobbes, è la ragione che permette agli uomini di uscire dallo stato di natura e dalla guerra di tutti contro tutti; gli animal spirits non possono regolare nulla, non sono in fondo in fondo così salvifici come pensava AS, anzi al contrario sono distruttivi come per altro è evidente dalla logica oscura dello sviluppo capitalistico attuale, totalmente dominato da logiche distruttive.
Perché innanzitutto la guerra di tutti contro tutti mette in pericolo la sopravvivenza degli aggregati umani e quindi la stessa sopravvivenza dei singoli. E allora è quanto mai razionale uscire dalla guerra generalizzabile, pena la morte di ognuno. Quindi è quanto più necessario uscire da una visione della politica come difesa di singoli interessi, di piccoli egoismi di quartiere come abbiamo visto in questi ultimi anni in Italia, per dare vita ad una politica che stia al servizio della comunità. La stessa etimologia del termine "politica" lo richiede.
In ogni modo il discorso di Rawls è molto più raffinato e complesso di quello di Hobbes perché, tra le alte cose, oltre che sul richiamo a principi di legittimità del corpo politico che vengono universalmente riconosciuti dai cittadini di una società, si fonda anche sul richiamo a valori condivisi e universalizzabili proprio perché tutti al di là di differenze religiose, politiche ed economiche condividono un elemento comune, quindi universalizzabili perché condivisibili. Sotto il velo di ignoranza, nella cosiddetta posizione originaria - l'esperimento mentale che immagina Rawls - ognuno di noi sceglierebbe una società equa, perché in quella posizione, all'oscuro di ogni singolo privilegio, noi sceglieremmo per il bene di tutti, tutelati innanzitutto dal fatto che siamo all'oscuro del nostro attuale presente bene e quindi interesse. Sceglieremmo per la libertà e per l'equità, perché se vogliamo che sia rispettata la nostra libertà dobbiamo rispettare la libertà degli altri, perché se vogliamo ricevere il giusto dobbiamo dare il giusto. Cui prodest? A tutti, e non solo ad alcuni.
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