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Un'esperienza di resistenza tuareg tra le montagne dell'Atlas tunisino

Ci sono luoghi così solitari che mai penseresti che lì ci sia vita. Invece c'è e resiste e combatte. Sono luoghi sospesi tra un qui e un oltre, a questi luoghi e a queste persone di estatica resistenza dedico questo breve racconto



I paesaggi del sud tunisino sono talmente lunari che non fecero fatica a scalfire quella misera ragione che elencava alcuni elementi dissuasivi. 
E invece si andava, senza in fondo sapere neppure dove, una scelta suggerita dal caso e dalla suggestione delle parole: ksar. Ksar, zar, caesar, niente di più sbagliato perchè semmai l'etimologia rimanda al latino castrum, quindi villaggio fortificato, ma fa nulla, contava il fantasticare di antichità dimenticate nel deserto, forse romane.
Gita archeologica e qualche posto di blocco, diversi mezzi corazzati e il confine libico non lontano. 


Elementi dissuasivi che si moltiplicano pure nel passaggio a Tataouine, una città di montagna dove l'atmosfera desolata e rarefatta ricordava quella di certi paesini alpini nostrani, con la differenza, però, che qui si moriva e l'afa tagliava il respiro. 
Barbuti per le strade, un suk sonnolento e poco attraente, un ragazzo in un lungo abito bianco che ti fissa digrignando tra i denti una sigaretta minacciosa (o forse ti minaccia con la sigaretta): è la desolazione a scatenare il malumore? A volte la noia, sì. 
Passi oltre, è il deserto che chiama, disposta a tutto ormai, sì quel posto ha un effetto strano, in effetti.





Ci immettiamo in un canale, una sorta di canyon di basse montagne accese di un rosso scuro, su una strada che sembra un percorso verso il nulla, non ci passa nessuno, nè a piedi nè con mezzo, un percorso su un Marte disseminato di qualche cespo verde.

E' meraviglia è sorpresa. 

Poi un vago senso di ansia su quel percorso non percorso che cresce e non abbandona; i cippi stradali indicano ad un buon 20 chilometri e passa il nostro punto di arrivo, che  in quel nulla, potenzialmente minaccioso, si dilatano all'infinito. 

"Tenerè, you are the treasure of my soul, oh jealous desert!", oh sì deserto geloso!! Più geloso di così, e sì la canzone del Tinariwen, ma imbottigliati in fondo ad una valle è difficile percepirne il tesoro.

Tutto tace, anche noi, sarà l'ansia, la stanchezza, il caldo, il paesaggio frastornante.

Il canalone rosso, il canyon a un certo punto si trasforma, prima circondati da montagne, ora in mezzo ad un anfiteatro e il giallo ha sostituito il rosso e quasi arriva fino a confondersi col cielo e comunque lo sporca.

Su in alto, a metà della montagna, a ridosso di una strada che si allunga per metà almeno dell'anfiteatro, una successione buchi neri, è Duiret. 

Solo che a Duiret tranne la fila di case abbandonate che costeggiano la montagna, in realtà non c'è nulla e neppure le persone, è l'apoteosi dell'abbandono, città di frantoi, granai, case, tristi occhi neri sulla valle. Nulla che facesse sospettare la pur vaga sopravvivenza di attività umane, ma solo una testimonianza di tutto ciò che non c'è più, forse anche un po' cimitero.  




Eppure ci aspettava il nostro ostello proprio lì in mezzo a quel cimitero, brrr, fossimo pure arrivati prima, invece il sole era già sul calare e gli occhi sulla valle più neri e profondi.

una pausa please



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