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Un'esperienza di resistenza tuareg nell'Atlas tunisino Parte II



No, che cavolo! Quel posto arroccato sulle montagne non era propriamente un cimitero. Quello era, scoprirò più tardi, un pietroso e diroccato luogo di resistenza.

Lì non c'era nulla di raccolto né di crepuscolare, piuttosto quella lunga fila di case abbandonate e tetre faceva a pugni con l'infinito dalle dimensioni ciclopiche dell'anfiteatro circostante. Il sublime, ecco cosa è il sublime kantiano, sì è questo, certo. Il sublime che suggerisce pensieri sublimi, che provoca stati d'animo sublimi, che crea un timoroso ed esaltato movimento interiore.

Appena sotto la rampa di salita all'ostello un caffè in una vecchia casa araba da cui filtrava una musica sinuosa. Piastrelle colorate, un patio, un caffè per soli uomini, creature sì inspiegabilmente lì, in quel deserto, a ritrovarsi sotto quelle case fantasma, ricordo di un passato glorioso e defunto.

E partiti da lì salendo a fatica la rampa rocciosa che porta in alto al paese lasciamo l'ultima speranza di potere passare la notte tra i vivi.    




"Salem", dico io

"Salem", dice Rauf, il tuareg amazigh, che gestisce l'ostello e che ancora parla il berbero, lingua antica di Duiret. Rauf ci accompagna sulla rampa dove stanno due, non si capisce perchè, ad osservarci, muti e che poi non si vedranno più. 

Scegliamo la nostra stanza, una grotta ad antri progressivamente più piccoli, un luogo fresco anche in quella calura e senza finestre. Preferisco posizionarmi il più vicino possibile alla porta, non tanto per un senso di claustrofobia, quanto per quell'istinto di fuga che si agita nelle situazioni che si avvertono come non del tutto confortevoli. 

Fuori una lunga strada accompagna la fila di case abbandonate fino al giro della montagna, le abitazioni di una città distesa in lunghezza, ma anche arrampicate le une sulle altre. Percorrere la strada fino al dorso della montagna, curiosare tra le case, ma quegli occhi scuri cominciavano a diventare più bui e profondi mano a mano che imbruniva, andare fin in fondo, no, punto, STOP. 





Torniamo nella piccola e ancora mezza viva corte di quella specie di fortezza a mangiare l'unica provvista, uno sconfortante yogurt bianco, altro che cena berbera, ma Rauf ci aveva avvertito, soldi da anticipare per mettere insieme un pasto come si deve non ce n'erano.
Intanto sale il vento. Le chiacchiere scaldano, nonostante il freddo e il segreto terrore che Rauf ci lasci lì da soli in quel luogo a metà tra forze ctonie e sublimi. 
"Dormo qui questa notte, quando ci sono degli ospiti dormo sempre qui". Sensazione di piacevole rilascio, mi distendo, meno male, penso.
"E' stato un libico a convincermi che gestire questo posto sarebbe stato un buon affare". Eppure sinceramente di affari ne vedevo pochi.
"In effetti", dico io, "è meraviglioso, in mano ad un magnate spendaccione (impossibilmente americano o saudita) potrebbe anche diventare un luna park con oasi d'acqua fresca dove immergersi accaldati, cammelli compiacenti e asinelli ben disposti a portare i turisti sulle montagne o verso le oasi". 
"E sì peccato che ancora qui nessuno si sia presentato esigendo, anzi i turisti fuggono a causa del vicino confine libico. Eppure qui è tranquillo, forse anche in Libia non è neppure come viene raccontato", dice Rauf.
Tranquillo mica tanto perchè a fine serata entrano due giganti, che in realtà sono due soldati e dormiranno con noi. Ci faranno da guardia per tutta la notte. La cosa dovrebbe rassicurare, ma non è così. "Perchè dei soldati? Perchè qui? Saranno veramente dei soldati?", rimugino tutto il tempo. 
"Ho in mente un affare con il latte di cammello", racconta Rauf 
"Che bello dai, formaggi di latte di cammella, mai assaggiati, ma deve essere una squisitezza". "Un sapore particolare, a chi piace e a chi no".
Sì Raouf non pensa di andarsene, bensì di resistere, qui in questo deserto lunare e misterioso, un luogo dove i fantasmi parlano con i vivi e forse li ispirano. Ecco sì, se devo immaginare la resistenza, la immagino proprio così.

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