Immersi nelle cose da cui siamo
dominati, ci dimentichiamo del simbolico delle cose che ci circondano, da noi
autorizzato e da noi autorizzato anche a prendersi una bella fetta di potere (su di noi).
Prendiamo due alimenti antichissimi, il pane e il vino, le loro radici
simboliche stanno nel mito greco che fa fare a Demetra, la dea della
cerealicoltura e a Dioniso, il dio greco del vino, una parabola dai contorni
significativamente identici. Due divinità entrambe in conflitto con l’Olimpo
degli dei tradizionali e per questo a spasso nel mondo degli uomini a
cui regalano, se accettati, il dono delle piante alimentari. Portatori
di civiltà, a chi non li conosce giocano il brutto scherzo di una regressione
nel mondo della barbarie e addirittura nella bestialità. Nell’inno omerico a
Dioniso ad esempio, i pirati che non riconoscono la divinità del dio vengono
trasformati in delfini, mentre solo al timoniere, che aveva riconosciuto la
divinità del giovane nobile salito a bordo della sua nave, il dio concede sorte
prospera e benevola. Ugualmente il sovrano di Eleusi, Keleos, nella cui casa trova
ospitalità Demetra durante il suo vagabondaggio presso gli uomini, è una figura
civilissima, ottimo padre, marito fedele e garante del sistema famigliare. A
questo personaggio senza ombre fa invece da contro-altare la figura trasgressiva
di Pandion, sovrano di Atene. Solo al primo la dea concederà il dono della
cerealicoltura. Nell’Odissea, ancora, l’isola del disumano Ciclope non conosce
il vino ed infatti è dal vino che viene tradito. In generale considerando il
ruolo di queste due divinità nell’universo simbolico dei greci vediamo che
quando entra in campo Demetra ci troviamo di fronte al tema della stabilità del
sistema sociale, quando si tratta di Dioniso è invece la dinamica dello scambio
che sia matrimoniale, sociale o commerciale che ha il sopravvento, d'altrocanto nessuna civiltà si conserva bene senza un uso bilanciato di entrambi. Vino, pane
ed anche olio, quindi Atena dopo Demetra e Dioniso, grande dea dell’Olimpo, soprattutto
protettrice di quella incredibile pianta che non può essere sradicata e cioè l’olivo,
pena la morte di chi vi si accinge. Per questo l’olivo lega stabilmente il
cittadino alla patria, ad Atene dunque, ma anche al paese di origine. L’introduzione di questi elementi tipici della dieta mediterranea determina
un cambiamento significativo nelle consuetudini alimentari dei greci, ma anche
e soprattutto un cambiamento sociale. Ecco che quindi il simbolico si fa anche
materiale, in un certo modo possiamo dire che c’è un’ideologia che accompagna e
precede i grandi cambiamenti materiali. L’alimentazione non è allora solo l’espressione
di un bisogno primario ma anche concretizzazione di un sistema simbolico che
veicola un modo di essere. Così ad esempio presso una popolazione dello Zaire,
i Wanande, la parola che indica la polenta, di cui questi contadini bantu quasi
esclusivamente si nutrono, significa anche umanità e perciò chi si nutre di
polenta è umano, accede all’umanità. Si disegna anche un sistema
di esclusioni che veicola una specifica rappresentazione di quella stessa
società: chi non mangia polenta non è umano e i divieti alimentari di origine
religiosa hanno tanto dire a questo proposito. Perché una società si
rappresenta certo anche in un certo modo, anche attraverso abitudini alimentari
che definiscono dei confini, non solo alimentari ma anche di appartenenza: dal materiale al simbolico e viceversa. “L’uomo è ciò che mangia” diceva Feuerbach. Il
cibo è allora la prima materia che viene metabolizzata in senso simbolico (oggi
ci sono le macchine, le scarpe le borsette etc etc.). Vitamine simboliche come è
stato detto. E allora il cibo si trasforma in spettacolo di arte culinaria, in
banchetto (il banchetto per i popoli indoeuropei era originariamente un sacrificio),
in un rito. Ma il pane e il vino nella nostra cultura occidentale sono i primi
alimenti ad indossare vesti sacre, lo vediamo nella trasfigurazione del pane e
del vino nell’Eucarestia, dove rappresentano altro da sé; lo sentiamo
nel Padrenostro dove si dice “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Ma anche
prima del Cristiani il pane era immagine del sacro: i Romani celebravano il
matrimonio con una conferreatio, cioè con pane e focaccia di farro. E con la
parola libum indicavano invece una focaccia destinata agli dei, che è poi
diventata il vino e il latte delle sacre libagioni. Proprio in questa trasformazione
possiamo cercare il profondo legame che pane e vino intrattengono nella nostra civiltà. E ancora volendo indagare
il significato simbolico di questi due alimenti ecco che il pane è simbolo
della resurrezione nella tradizione cristiana e non poteva che essere così,
visto che i lieviti morendo si trasformano in proteine, amminoacidi, vitamine e
grassi e sali minerali: più trasformazione di così! E la pagnotta è l’alimento
che più conserva al suo interno vitamine e aminoacidi creati
dai lieviti, perché nel suo cuore (il pulcino) la temperatura non supera mia i
60/70 gradi e questo permette di mantenere vivi i lieviti che, tolto il pane
dal forno, dal centro cominciano a redistribuirsi in tutta la materia. E il
vino? Dono dello scambio era protagonista indiscusso dei simposi, i convivi
deputati a stringere alleanze extra-parentali o a confermare una leadership
in una società dove i gruppi di parenti avevano un peso notevole, ad accompagnare anche i riti dedicati alle divinità ctonie (con cui il vino permetteva una comunicazione). E proprio
durante un Simposio che Socrate rivela la natura profonda di amore: è forse un
caso? Ancora vitamine simboliche, anzi polifenoli simbolici. Il vino
dunque come veicolo di comunione, ebbrezza, piacere, conoscenza, di legame soprattutto, non necessariamente
razionale. Anzi Dioniso è il dio dell’irrazionale, un dio però che veicola
conoscenza o veicola l'essere, come dice Nietzsche nella nascita della tragedia, ma un tipo
particolare di conoscenza, diversa rispetto a quella razionale, limpida e solare che proviene dalla razionalità,
dalla perfezione, dall’armonia del bellissimo Apollo. D’altrocanto detestato da Nietzsche è
Platone che dice che i cardini della dieta dei suoi cittadini sono proprio il
pane e il vino; , Platone allora racconta di una società basata sul consumo di
farina, e quindi società stabile, razionale, non belligerante, foriera di
accordi e di scambi pacifici, al contrario di Omero che racconta di una civiltà
guerriera e irrequieta, essenzialmente carnivora. Dimmi
cosa mangi e ti dirò che sei.
In un panorama politico che non sembra abitato da soggetti capaci di cambiamento, chi perchè troppo identificato con le proprie radici culturali o religiose, chi con i propri interessi, sempre limitati e di parte, mi piace immaginare un'idea di universalità umana che non si incarna in una soggettività parziale perchè troppo identificata, ma che al contrario proprio perchè mai realmente identificata con il collettivo è veramente capace di cambiamento; una soggettività che si potrebbe dire trascendente proprio perchè mai definibile secondo un collettivo parziale. E chi non si identifica non è forse più solidale, chi non fa del collettivo il metro del suo personale comportamento e del suo giudizio, non è forse più capace di essere trasversalmente più vicino agli altri uomini? Direi - volendo esagerare - che può trattarsi, per quanto dolorosa, di una condizione di grazia. Se questi concetti sono già presenti nell'idea marxiana del proletariato quale "classe totale", la ...

Commenti
Posta un commento